Aree di particolare
pregio naturalistico e paesaggistico nel Lazio ancora da tutelare
INTRODUZIONE:
Il Lazio è caratterizzato da una stupefacente varietà
di paesaggi, nonché da una straordinaria ricchezza di testimonianze
artistiche e storiche e di espressioni culturali. In tempi recenti,
dalla fine degli anni Settanta, molte zone del nostro territorio sono
state interessate da progetti di tutela ma soltanto alcune di esse hanno
favorito effettivamente dell’istituzione di parchi o riserve naturali.
Ad ogni modo, si è venuto a formare un sistema di tutela ambientale
che ha rappresentato un primo concreto passo in avanti al fine della
salvaguardia dell’ambiente della regione.
Se è vero che il sistema dei parchi nel Lazio è uno dei
più importanti d’Italia in quanto al numero di aree protette
effettivamente istituite, molto c’è ancora da fare, comunque,
sul piano della qualità nella gestione delle stesse. In molti
casi, infatti, assistiamo al degrado di zone “formalmente protette”,
come ad esempio, per citare il caso più eclatante, il Parco Regionale
dei Castelli Romani, una sorta di “parco fantasma” che non
è stato in grado di contrastare il degrado suburbano costituito
dall’avanzata del cemento, dall’inquinamento, dalle discariche
abusive e dalla proliferazione esponenziale di antenne e ripetitori.
Anche il restyling dei centri storici dovrebbe essere una priorità
ed una peculiarità dei comuni inseriti nelle aree protette.
In questa sede, ci proponiamo
di argomentare schematicamente sulla necessità di intervenire
con misure di tutela ambientale in aree del territorio laziale di particolare
pregio naturalistico e paesaggistico che ne sono ancora escluse, la
maggior parte delle quali, peraltro, già inserita nell’elenco
dei Siti di Importanza Comunitaria (SIC) e delle Zone di Protezione
Speciale (ZPS) redatto dall’Unione Europea.
Oggi è innanzitutto la crescita di Roma e della sua “conurbazione”
(che ha già interessato decine di comuni limitrofi) a rappresentare
la maggiore minaccia per un territorio, quello laziale, che dal dopoguerra
ha subito profonde trasformazioni, spesso purtroppo assai negative.
Tuttavia, rischi non meno gravi sono individuabili pure nella scarsissima
“identità regionale” che, per svariate ragioni storiche,
continua a contraddistinguere gli abitanti del Lazio. Lacuna, questa,
che costituisce nei fatti un limite fondamentale alla diffusione di
quell’indispensabile “sensibilità comune” nei
confronti di argomenti come la tutela dei beni artistici ed ambientali
che invece è presente in altre realtà della Penisola (ad
esempio la Toscana e l’Umbria) ove tale sentire è forte.
Oggi, infatti, il trinomio “tutela-valorizzazione-promozione”
del territorio appare come l’unica carta vincente per il futuro
dei piccoli centri in Italia.
Del resto, l’ormai palese insostenibilità e l’imminente
crisi di settori turistici “tradizionali” come quello balneare
e quello sciistico (basati sullo sfruttamento cieco e indiscriminato
di una materia prima assai limitata quale il territorio), e di contro
la diffusione di un turismo non solo eno-gastronomico, ma anche escursionistico
e culturale, spingono a tenere sempre più in conto le potenzialità
di un nuovo tipo di turista attento, critico ed esigente che vede nell’integrità
del paesaggio e nella qualità dell’ambiente uno dei maggiori
stimoli al viaggio, alla visita e al soggiorno. Un nuovo modo di essere
turista che alla forma preferisce il contenuto, che cioè non
concorre alla manomissione del territorio ma che al contrario prescrive
il suo mantenimento razionale, contribuendo anzi alla sua stessa riproducibilità.
Il nostro fine è dunque quello di sensibilizzare il lettore nei
confronti di un argomento, quello della tutela del territorio e della
promozione del turismo sostenibile, che riteniamo di fondamentale importanza
per il futuro della nostra splendida regione.

1. I MONTI ERNICI:
Complessa e tormentata è la questione della tutela della natura
e del paesaggio in Ciociaria. Una forte resistenza locale ai progetti
di parchi e riserve fomentata dalla speculazione e da una diffusa ignoranza,
la grande diffusione della caccia, la mancanza totale di una cultura
ecologistica, e spesso addirittura una certa tendenza ad auto-sottovalutare
le risorse turistiche del proprio territorio, sono solo alcuni degli
aspetti su cui occorre riflettere, nell’analizzare il gravissimo
degrado ambientale e paesaggistico, a partire dal Dopoguerra, di una
delle aree più belle del Lazio e del Italia centrale. La pianura
e le colline a nord di Frosinone, infatti, a causa della presenza di
numerosi poli industriali sparsi (a cui sono legati i gravissimi problemi
d’inquinamento delle acque del Sacco) e della massiccia ed incontrollata
espansione edilizia degli ultimi decenni (soprattutto intorno a Fiuggi,
Anagni, Alatri, Ferentino e, ovviamente, alla stessa Frosinone), conservano
oggi soltanto alcuni lembi del tradizionale paesaggio agricolo e dell’originario
ambiente naturale, in particolare nella zona di Fumone e del Lago di
Canterno, grazie all’istituzione di una riserva naturale (tuttavia
assai velleitaria in quanto a qualità di gestione). Una situazione
sicuramente drammatica, questa, ma comunque migliore se confrontata
con quella, deprimente ed irreversibile, del territorio direttamente
a Sud del capoluogo, ove esso forma un’imponente, disordinata
e devastante conurbazione con decine e decine di abitati: un fenomeno
cancrenoso derivante in gran parte dalla speculazione e dall’abusivismo
edilizio, e che inizia purtroppo a coinvolgere anche zone a lungo rimaste
integre, come la bellissima Val di Comino.
Poste a dominio del caos urbanistico del Frusinate, le aree montane
degli Ernici, viceversa, costituiscono ancora un’emergenza ambientale
e paesaggistica di estremo valore. Compresi tra il sottogruppo simbruino
dei Càntari e i Monti della Meta, i Monti Ernici sono caratterizzati
da amplissime e magnifiche formazioni forestali e da una flora ricchissima.
Nella zona di Collepardo, in particolare, l’ambiente si fa spettacolare
e si assiste ad eccezionali fenomeni carsici come la celebre Grotta
dei Bambocci e il Pozzo d’Antullo, l’impressionate voragine
ai piedi dei Monti La Monna e Rotonaria (tra le più grandi e
allo stesso tempo meno conosciute d’Europa), mentre presso Veroli
si trova il suggestivo Prato di Campoli, circondato da fitte faggete
e dominato dalle vette principali della catena: il Monte Ginepro (2004
mt), il Monte del Passeggio (2064 mt) e il Pizzo Deta (2041 mt). Nel
vicino, selvaggio Vallone Lacerno, è stato più volte avvistato
l’orso bruno marsicano.
Situati tra il Parco Regionale dei Monti Simbruini a Nord (al quale
negli anni ’80 parevano dover essere collegati) e il Parco Nazionale
d’Abruzzo, Lazio e Molise a Sud, i Monti Ernici attendono ancora
di essere protetti come meriterebbero: un intervento atto a salvaguardare
queste splendide montagne, tra le più interessanti dell’Appennino
Laziale, rappresenta forse la maggiore urgenza in fatto di tutela ambientale
nella nostra regione.

2. LE VALLI DEL MIGNONE E DEL BIEDANO E L’AGRO CERITE-TOLFETANO:
Le spettacolari forre scavate dal Biedano e dai suoi affluenti costituiscono
uno dei paesaggi più singolari della regione, ed ospitano numerosissime
emergenze archeologiche, etrusche, romane e medievali. Mentre una parte
della Valle del Biedano, comprendente la Necropoli di San Giuliano ed
altre minori, è già protetta da tempo dal Parco Naturale
Regionale di Marturanum (uno dei più riusciti e visitati del
Lazio), il resto del canyon fuori dai confini comunali di Barbarano
Romano è rimasto tuttavia privo di tutela, ciò che lo
rende, assieme al territorio circostante, una zona piuttosto indifesa
nei confronti di interventi speculatori o di vere e proprie manomissioni
ambientali: si pensi al recentissimo progetto di installazione –
quasi sicuramente sventato, grazie alle proteste dei cittadini e all’interessamento
di alcuni amministratori locali – di una gigantesca antenna di
150 metri nei pressi di Blera. La stessa non lontana area archeologica
di Norchia, considerata dagli studiosi tra le necropoli rupestri più
importanti del mondo, è da anni scandalosamente abbandonata all’incuria,
alla delinquenza e al vandalismo, sebbene – in virtù della
sua estrema suggestione - continui a richiamare molte visite anche da
parte di “avventurosi” e “coraggiosi” (è
veramente il caso di dirlo) turisti stranieri.
Discorso simile per la Valle del Mignone, una delle valli più
belle, selvagge ed integre dell’intera regione, formalmente vincolata
dalla normativa europea della rete “Natura 2000”, ma comunque
soggetta a singoli e preoccupanti episodi di abusivismo edilizio e di
inquinamento delle acque. Il Fiume Mignone attraversa in buona parte
i Monti della Tolfa, esteso complesso di ondulazioni e rilievi proteso
verso il mare e legato strettamente al sistema vulcanico sabatino, che
forma un unico comprensorio con i Colli Ceriti (Agro Cerite-Tolfetano):
presenta un ambiente caratterizzato da colline di selvaggia bellezza
e da stupende campagne, in massima parte adibite a pascolo e abitate
da una fauna eccezionale (numerose sono le specie di uccelli, tra cui
forse addirittura il rarissimo capovaccaio), che si estendono tra Allumiere,
Tolfa e Cerveteri (celebre quest’ultima per la Necropoli etrusca
della Banditaccia), a formare un’area di notevole pregio paesistico
e (come le valli del Biedano e del Mignone) ricchissima di testimonianze
archeologiche. Un’area ancora, in buona parte, miracolosamente
integra, benché minacciata dallo sviluppo tumultuoso di Civitavecchia
(uno dei porti più importanti del Tirreno) e dall’apertura
di nuovi collegamenti viari in sua funzione, dalla speculazione edilizia,
nonché da progetti di manomissione ambientale come i recenti
folli e demenziali progetti relativi all’installazione di centrali
eoliche e al ripristino del vecchio (ed inutile) tratto ferroviario
Capranica-Civitavecchia.
Non conosciuti quanto meriterebbero, i Colli Ceriti e i Monti della
Tolfa - nonostante l’interessamento da parte di studiosi italiani
e stranieri e dell’Unione Europea - attendono da troppo tempo
la tutela tramite l’istituzione di un parco che qui aprirebbe
certamente nuove prospettive alla diffusione di un turismo ecologico.
Una zona, del resto, dalle enormi potenzialità, anche in virtù
della vicinanza del mare (e cioè ad alcuni tra gli angoli più
suggestivi del litorale laziale, come le oasi WWF di Palo e Macchiatonda
e il Castello di Santa Severa), ciò che costituirebbe un’attrattiva
ulteriore – soprattutto nel periodo estivo – per i visitatori
dell’area protetta.
Un eventuale “Parco delle Forre” (o un “Parco dell’Etruria
Laziale”), che comprendesse le valli del Mignone e del Biedano,
i Monti della Tolfa e i Colli Ceriti, andrebbe a tutelare un ambiente
unico in Italia, d’inestimabile valore non solo paesaggistico
ma anche naturalistico (straordinarie qui la flora e la fauna) ed ovviamente
storico (in virtù della presenza tanto impressionante di testimonianze
relative al passato non solo etrusco ma anche medioevale), e potrebbe
avere a nostro avviso, anche in considerazione della vastità
del territorio interessato, un riconoscimento addirittura “nazionale”.

3. I MONTI LEPINI E AUSONI:
Ad Oriente della Pianura Pontina, l’estesa catena anti-appenninica
dei Monti Lepini, che coinvolge i comuni di ben tre province (Roma,
Latina e Frosinone), e che culmina nei 1536 mt del Monte Semprevisa,
costituisce un’area di grande valore storico, artistico, naturalistico
e paesaggistico. Ad ampie formazioni boschive si alternano ambienti
aspri e solitari, caratterizzati dai fenomeni del carsismo: grotte,
inghiottitoi, campi solcati, doline, scogli e dolmen calcarei.
Un contesto reso ancor più interessante da centri storici spesso
di grande rilevanza artistica e ricchi di straordinarie testimonianze
del passato: dalle antichissime “città megalitiche”
dei volsci, che a Segni e a Norma hanno lasciato scenografiche rovine,
e dai monumenti romani di Cori, alle vestigia medievali dei romantici
Giardini di Ninfa (peraltro l’unico sito protetto del comprensorio),
dei suggestivi borghi di Bassiano, Sermoneta e Priverno e delle austere
abbazie di Valvisciolo e Fossanova, gioielli di scuola gotico-cistercense.
Una zona, questa, a lungo sottovalutata, e che ancora purtroppo non
gode di una tutela adeguata, nonostante da quasi trent’anni sia
in progetto la creazione di un parco regionale. Vicini alla caotica
area suburbana di Roma, e compresi tra due vasti comprensori in caotico
ed incontrollato sviluppo, quali la Pianura Pontina e la Valle del Sacco,
i Lepini rappresentano oggi un’oasi di arte e natura, un patrimonio
prezioso da difendere e da tramandare alle generazioni future integro
e inalterato.
Considerazioni analoghe vanno proposte anche per l’altro gruppo
montuoso contiguo ai Lepini ossia gli Ausoni, recentemente interessato
da progetti di tutela da parte della Regione, che hanno però
trovato la fervida (e discutibile) opposizione delle amministrazioni
locali. I Monti Ausoni, caratterizzati da un aspetto brullo e pittoresco
e da ampie, verdi valli interne, e culminanti nei 1116 mt del Monte
Calvilli, presentano, similmente ai Lepini, notevoli fenomeni carsici,
talvolta eccezionali, come ad esempio le meravigliose e ben note Grotte
di Pastena o la Valle di Camposoriano (peraltro unica emergenza ufficialmente
protetta della zona), nonché alcune straordinarie particolarità
botaniche, quali, in primis, la foresta di sughero di San Vito, presso
Monte San Biagio. Ai piedi del massiccio, inoltre, si trova il Lago
di Fondi, esteso bacino residuo di antiche paludi e importantissima
area umida che conserva un ambiente spesso intatto, caratterizzato dalla
tipica e ormai rara vegetazione palustre. Sulle sue sponde, tuttavia,
è permessa da tempo un’indiscriminata serricoltura, attività
che non contribuisce certo ad una sua felice immagine turistica né
al mantenimento della purezza del suo habitat.
Situati tra le province di Frosinone e Latina, per larghi tratti ancora
integri ma spesso vicini ad aree molto rovinate sotto il profilo ambientale
e paesaggistico, gli Ausoni insomma rischierebbero, qualora il Parco
dei Lepini fosse effettivamente istituito, di rimanere l’unica
porzione dell’anti-appennino laziale meridionale esclusa da interventi
di tutela (a Sud c’è da tempo il Parco dei Monti Aurunci),
con il conseguente rischio di divenire vittima predestinata della speculazione
edilizia e del degrado.

4. L’ARCIPELAGO PONZIANO:
Le solitarie, aspre e spettacolari isole vulcaniche dell’Arcipelago
Ponziano rappresentano una delle emergenze paesaggistiche più
importanti e note del Lazio. Quelle più grandi, le celebri Ponza
e Ventotene, furono frequentate dai romani (di cui rimangono alcune
aree archeologiche) e costituiscono oggi località dal notevole
richiamo turistico. Tra le isole minori, assai più romite, sono
invece Palmarola, priva di insediamenti stabili e caratterizzata da
grotte e acque limpidissime.
Quel che manca qui è la tutela ambientale, che dovrebbe porre
un freno alla speculazione edilizia sempre possibile soprattutto a Ponza,
ove più forte è la presenza del turismo balneare: l’unica
eccezione positiva è attualmente rappresentata dalla disabitata
Zannone, che per le sue eccezionali qualità ambientali è
protetta dal Parco Nazionale del Circeo.

5. IL TERMINILLO E I MONTI REATINI:
Culmine della catena appenninica reatina – che include altre cime
importanti come il Monte Elefante (2015), il Monte Valloni (2004) e
il Monte di Cambio (2081 mt) - il Terminillo (2216 mt) è caratterizzato
da rocce, orridi e creste spettacolari, e da imponenti residui glaciali.
Nonostante le gravi alterazioni subite nel dopoguerra, a causa della
creazione di numerose strade e di impianti sciistici e nuclei residenziali
eccessivi ed invadenti (che d’altro canto ne fanno una delle aree
per gli sport invernali più note ed attrezzate dell’Italia
Centrale), “la Montagna di Roma” conserva ancora ambienti
appartati e selvaggi e rimane una delle mete escursionistiche del Lazio
più frequentate in ogni stagione, in virtù dell’estrema
varietà dei sentieri a disposizione dei camminatori, degli arrampicatori
e degli alpinisti, nonché dell’eccezionale vastità
e bellezza dei panorami d’ascensione.
Incredibilmente però, tale immenso patrimonio naturale non ha
potuto finora godere di alcun intervento di tutela, ma anzi, come appena
sottolineato, è stato oggetto di uno sfruttamento indiscriminato
e deprecabile. Se l’ipotesi e la rivendicazione di un Parco Regionale
dei Monti Reatini pare essere tramontata anche tra gli ambientalisti
(dopo la bocciatura del progetto presentato nel 1989), crediamo tuttavia
sia assolutamente necessario rilanciare progetti di tutela delle ampie
aree rimaste integre in questo gruppo (soprattutto laddove sopravvivono
specie rare come l’aquila e il lupo), magari attraverso l’istituzione
di singole riserve naturali facilmente gestibili (ricordiamo peraltro
che il Monti Reatini sono compresi tra le ZPS e il massiccio del Terminillo
è riconosciuto come SIC).

6. I MONTI CIMINI:
Il complesso vulcanico dei Monti Cimini forma uno dei paesaggi più
rappresentativi del Lazio. Tra i dolci e boscosi pendii culminanti nei
1050 mt del Monte Cimino riposa da migliaia di anni il Lago di Vico,
uno degli ecosistemi lacustri più pregevoli ed integri della
Penisola, in virtù della scarsissima antropizzazione subita:
di particolare interesse scientifico risulta qui la faggeta del Monte
Venere, definita “depressa” poiché sviluppatasi sotto
la quota minima (800 mt) solitamente occupata da questa specie arborea,
e dove si aprono diverse cavità sotterranee, come il suggestivo
Pozzo del Diavolo. Sul Cimino, invece, sono sorprendenti il cosiddetto
“Sasso Naticarello”, un grosso masso di trachite oscillante
di 250 tonnellate, conosciuto e descritto fin dai tempi dei romani,
e la magnifica faggeta secolare che ammanta la vetta.
Qui la tutela è stata limitata soltanto ad alcune porzioni del
territorio: se da un lato il lago di Vico è protetto parzialmente
da una Riserva Naturale, e dall’altro la faggeta del Cimino è
stata riconosciuta come Monumento Naturale, tutto il resto del gruppo
collinare, che ospita borghi e cittadine di grande interesse artistico
e paesaggistico (e che è attualmente oggetto di un massiccio
sviluppo edilizio che rischia di sconvolgerne la qualità ambientale
e paesaggistica), è infatti rimasto escluso da interventi di
questo tipo.
Nondimeno, anche ampie porzioni delle campagne situate tra i Cimini
e la Valle del Tevere andrebbero protette (è il caso almeno della
Selva di Malano e della zona di Vitorchiano), come è stato fatto
ad esempio a Bomarzo con l’istituzione della Riserva di Monte
Casoli (sebbene in verità gestita in maniera ancora abbastanza
velleitaria). L’intensa e crescente frequentazione domenicale
della zona potrebbe essere un segno importante nei confronti delle amministrazioni
locali e regionali.

7. LE GOLE DEL MELFA E IL MASSICCIO DEL CAIRO:
Il solitario massiccio del Monte Cairo (1669 mt) costituisce una delle
zone montane meno conosciute eppure più suggestive del Lazio,
artefice di paesaggi davvero magnifici: basti pensare alle spettacolari
Gole del Melfa, formate da rupi scoscese su cui si aprono numerosissime
grotte, ove nidificano numerosi rapaci e sorgono eremi e santuari, e
che per chilometri chiudono il corso dell’antico fiume, dando
vita ad uno scenario di incredibile bellezza.
C’è da dire che le Gole del Melfa sono state recentemente
riconosciute come “area wilderness”, una misura di tutela
che se in linea teorica si mostra di grande spessore, con l’impedimento
totale - che essa comporta – di alterare il paesaggio interessato,
nei fatti non assicura la sua protezione, poiché non fornisce
gli strumenti necessari per un controllo costante sul terreno. E’
per questo che il letto del Melfa ed il “Tracciolino” (la
spettacolare strada che le borda la forra) sono in alcuni punti deturpati
da discariche abusive di copertoni, elettrodomestici ed immondizia varia.
Senza dimenticare, peraltro, che nelle aree wilderness è permessa
la caccia.
Un intervento deciso di tutela in questa parte del Lazio, relativo sia
al Cairo che al Melfa, permetterebbe infine di bilanciare il degrado
di molte zone limitrofe, a partire dalla Valle del Liri ed il Cassinate,
che nel dopoguerra hanno vissuto una stagione di intensa urbanizzazione
e industrializzazione e di conseguenza uno sconvolgimento dell’originario
ambiente agricolo, campestre e collinare, con relativi problemi legati
all’inquinamento. Un’area, quella della Bassa Ciociaria,
che ha dunque bisogno di un rilancio turistico urgente, al fine di contrastare
il moloch dell’edilizia, qui particolarmente adorato a causa della
mancanza storica di uno sviluppo economico alternativo, come potrebbe
essere quello legato al turismo eno-gastronomico, ambientale e sostenibile,
qualora venissero istituite (e rese effettivamente operanti) le aree
protette sopra accennate.

8. I MONTI PRENESTINI, RUFFI E AFFILANI:
Tra la Campagna romana, la Valle dell’Aniene e i Monti Simbruini,
si erge la catena pre-appenninica centrale del Lazio, costituita dai
tre gruppi calcarei dei Ruffi, Prenestini e Affilani.
Caratterizzati da bellissimi boschi, pascoli solitari ed estesi fenomeni
carsici – va ricordata innanzitutto la Grotta dell’Arco,
presso Bellegra - questi monti ospitano altresì numerosi piccoli
centri, alcuni dei quali di grande interesse storico e artistico: si
pensi a Palestrina, con i suoi importanti e pittoreschi monumenti, come
il Tempio della Dea Fortuna Primigenia o il Palazzo Barberini, o a Genazzano,
con il suo bel borgo rinascimentale e l’imponente Castello dei
Colonna .
E’ questo un paesaggio “bucolico” per eccellenza,
decantato nel passato dai viaggiatori del Gran Tour, e che oggi tuttavia
necessita di urgenti interventi di tutela ambientale per contrastare
l’avanzata della vicina conurbazione romana. Se i Monti Ruffi
e i Monti Affilani hanno conservato un ambiente integro, i Prenestini
sono stati invasi negli ultimi decenni, sul versante di Roma (e non
solo), dall’urbanizzazione e dal proliferare selvaggio di antenne
e ripetitori (lo stesso problema che ha interessato i vicini Castelli
Romani).
Uno scempio ambientale, questo, che a breve rischia di limitare le potenzialità
turistiche, in teoria enormi, del comprensorio. I Prenestini, infatti,
sono facilmente raggiungibili dalla Capitale e sono tra i rilievi più
panoramici del Lazio. Nelle vicinanze di Guadagnolo (il paese più
alto del Lazio, situato nel territorio di Capranica Prenestina e riconoscibile
non solo per la magnifica rupe che vi digrada ma purtroppo anche per
una selva di antenne), posto su uno sprone roccioso in splendida posizione
panoramica, si trova peraltro il frequentato Santuario della Mentorella,
uno tra i più antichi cenobi d’Europa.
L’unica area protetta è qui la Valle delle Cannuccette,
tutelata come Monumento Naturale e custode della grande roverella secolare
detta “di Giovanni Pierluigi da Palestrina”, secondo la
leggenda che la vorrebbe ispiratrice delle opere del celebre compositore
di polifonia sacra del XVI secolo. I tentativi del Comitato Promotore
del Parco dei Monti Prenestini sono finora falliti a causa dell’opposizione
dei cacciatori.

9. IL MONTE PIZZUTO, IL MONTE TANCIA E LA VALLE DEL FARFA:
La Sabina aveva conservato fino pochi anni fa un paesaggio collinare
tra i più affascinanti dell’Italia Centrale, dominato da
magnifici uliveti e da colline verdeggianti, e caratterizzato da una
spiccata impronta medievale, con numerosi casali, borghi e castelli
isolati l’un l’altro e talvolta abbandonati (molto diffuse
qui le cosiddette “città morte”). Negli ultimi anni,
purtroppo, l’intero comprensorio, soprattutto quello rivolto alla
Valle del Tevere (la cosiddetta “Sabina Tiberina”) ha subito,
e subisce tuttora, una forte aggressione edilizia (più o meno
legale) a causa della relativa vicinanza alla Capitale, sicché
parte di questo territorio, col decadere lento ma costante dell’agricoltura,
va pian piano assumendo una funzione residenziale rispetto a Roma.
Nonostante ciò, trattandosi di un’area interessata da un
notevole spopolamento e abbastanza lontana dallo sviluppo industriale,
la Sabina, anche in virtù dell’importanza mantenuta qui
dal settore agricolo, è ancora terra dalla chiara vocazione turistica,
e non solo per la bellezza dei paesaggi rimasti integri, ma anche per
la presenza di testimonianze storiche ed artistiche di particolare suggestione,
come innanzitutto la venerata Cattedrale rurale di Santa Maria in Vescovio
e l’antichissima Abbazia di Farfa, che custodisce opere letterarie
ed artistiche di inestimabile valore e che ospita un pittoresco borgo
medievale: proprio attorno ad essa si allarga peraltro una della vallate
più pittoresche del Lazio.
Se la nomenclatura di Sabina in questa sede rischia di essere fuorviante,
poiché essa include tradizionalmente un territorio assai ampio
di quello trattato nel presente paragrafo, si può tuttavia affermare
che il cuore della regione storica sabina si trovi lungo l’omonima
catena anti-appenninica. Si tratta di rilievi calcarei di quota modesta
ma di notevole interesse naturalistico e ambientale: oltre ad una flora
molto varia, vi si rilevano numerosi fenomeni carsici, come ad esempio
l’enorme voragine del Revotano (seconda per grandezza solo al
Pozzo d’Antullo sugli Ernici), che si apre nei pressi del grazioso
borgo turrito di Roccantica. Allo stesso tempo è da sottolineare
il valore storico ed artistico di questi monti: tra le loro grotte non
è raro incontrare eremi di rara suggestione.
Riteniamo che assieme alla già citata Valle del Farfa almeno
le due cime maggiori dei Monti Sabini, ossia il Tancia (1292 mt) e il
Pizzuto (1288 mt), debbano essere necessariamente tutelate. Il Revotano,
in particolare, potrebbe ricevere il riconoscimento di Monumento Naturale.
L’istituzione di un Parco Regionale dei Monti Sabini (o una Riserva
del Farfa e una Riserva dei Monti Tancia e Pizzuto) darebbe senz’altro
nuovo impulso ad un comprensorio che, a causa del calo demografico e
della mancanza di opportunità economiche (che verrebbero invece
a crearsi proprio tramite una seria valorizzazione turistica), rischia
non solo di perdere la propria preziosa identità ma di subire,
come sta avvenendo, un incontrollato fenomeno di urbanizzazione delle
campagne, soprattutto lungo le strade principali.

10. LAGO DI BOLSENA E MONTI VOLSINI:
L’Alto Lazio offre paesaggi di straordinaria bellezza: a cominciare
dalla verde corona volsina in cui giace il magnifico Lago di Bolsena,
con le sue isole, la Martana e la Bisentina, dall’enorme valore
naturalistico; in questo scenario privilegiato di antichissima frequentazione
umana (sono stati rinvenuti, nel bacino, resti di insediamenti palafitticoli)
sorgono altresì cittadine pittoresche e ricche di monumenti pregevoli,
come Montefiascone (celebre per il suo vino “Est Est Est”,
al quale sono connessi aneddoti e leggende) e la stessa Bolsena (con
il suo ben conservato centro storico d’impronta medievale, dominato
dalla mole del Castello Monaldeschi della Cervara), nonché piccoli
villaggi rivieraschi come Marta e Capodimonte, con i loro tranquilli
e piacevoli lungolago.
La tutela del bacino e delle sue isole, nonché dell’ambiente
collinare e campestre, si mostra attualmente di notevole urgenza a causa
del recente smisurato e ignominioso sviluppo edilizio che sta interessando
le campagne e le zone moderne dei centri rivieraschi (innanzitutto Bolsena)
e all’intollerabile degrado paesaggistico talvolta riscontrabile
a ridosso delle principali vie di comunicazione (ad esempio capannoni
commerciali ad altissimo impatto ambientale, ville sparse, ecc…).
Dovrebbero inoltre essere inseriti in un eventuale progetto di Parco
Regionale anche i paesi non direttamente affacciati sul lago (a partire
da Valentano, Latera, Grotte di Castro e Gradoli), ma comunque legati
geograficamente, storicamente e commercialmente al comprensorio volsino.
Questi borghi dovrebbero peraltro essere interessati da interventi di
restyling dei loro centri storici, spesso molto malmessi, e in alcuni
casi da interventi di abbattimento di vecchie opere edili abbandonate
o di altre costruzioni deturpanti (ciò soprattutto a Valentano
e a Piansano).
Un’area, quella del Lago di Bolsena e dei Monti Volsini, rimasta
per molto tempo marginale, ma che, se tutelata adeguatamente (e dunque
salvata dallo sfruttamento turistico di massa che si sta delineando),
potrebbe divenire una delle più interessanti e frequentate dell’Italia
Centrale dal punto di vista del turismo ambientale.
11. VALLE DEI CALANCHI DI CIVITA DI BAGNOREGIO:
Verso Orvieto e la media Valle del Tevere, l’ambiente della Tuscia,
ancora collinare e campestre, si fa d’un tratto spettacolare:
al tufo e al peperino dei Monti Volsini inizia a subentrare l’argilla.
Ed ecco dunque la meravigliosa Civita di Bagnoregio, la «città
che muore», uno dei borghi più belli e visitati d’Italia,
struggente per quel suo inesorabile sfaldarsi nel tempo. Collegata al
mondo da un lunghissimo e strettissimo ponte, la Civita (che, assieme
alla stessa Bagnoregio, conserva monumenti e testimonianze artistiche
molto interessanti) appare al visitatore come un’isola di tufo
immersa nell’incredibile scenario mozzafiato della Valle dei Calanchi,
in un paesaggio da fiaba, unico al mondo.
Se l’ambiente dei Calanchi ha saputo nel tempo difendersi da sé
proprio in virtù della sua asprezza ed inaccessibilità
(nonostante episodi isolati, ma preoccupanti, di edificazione sparsa
e nonostante il notevole sviluppo edilizio nei dintorni di Bagnoregio)
è pur vero che l’intero comprensorio attende da troppo
tempo una tutela che dovrebbe apparire quantomeno scontata se pensiamo
al suo valore paesaggistico e naturalistico. Un eventuale intervento
che dovrebbe del resto assolutamente interessare anche i centri meno
conosciuti della zona, e tuttavia di eccezionale fascino, come Lubriano
e Civitella d’Agliano, al fine di promuoverne le peculiarità
e di diffondervi un turismo culturale ancora attratto esclusivamente
da Civita di Bagnoregio.

12. VALLE TIBERINA LAZIALE:
A cavallo tra le province di Viterbo, Rieti e Roma, la Valle Tiberina
rappresenta uno dei comprensori più rappresentativi del Lazio
e del Centro Italia. Attualmente, però, l’unica area protetta
di questo vastissimo territorio è la Riserva Naturale del Tevere-Farfa,
che tutela la confluenza del Fiume Farfa nel Tevere ed è caratterizzata
da un evidente allargamento del letto del bacino principale (il cosiddetto
Lago di Nazzano) a causa di un vicino sbarramento Enel. Oltre a costituire
una zona umida di riconosciuto interesse internazionale (Ramsar, 1972),
importante luogo di sosta per l’avifauna migratoria, si tratta
di uno dei punti paesaggistici più belli e caratteristici del
Tevere in territorio laziale, un paesaggio ancora piuttosto integro
nonostante la vicinanza con l'area metropolitana di Roma.
Auspichiamo che avvenga presto l'istituzione del Parco interregionale
del Tevere, così da tutelare interamente il fiume e le sue campagne
(soggetti peraltro ad un elevato rischio idrogeologico) e da valorizzare
i tanti borghi, spesso di notevole suggestione (ad esempio Nazzano,
Castelnuovo di Porto, Filacciano, Castiglione in Teverina, Bomarzo,
ecc...), che vi si affacciano più o meno direttamente.

ALTRI SITI O AREE DI SPECIALE INTERESSE DA TUTELARE:
- Bosco del Sughereto di Pomezia (RM): importante area verde che mantiene
intatte le caratteristiche della Campagna Romana in una zona fortemente
urbanizzata;
- Valle dell’Infernaccio: selvaggia forra presso Grotte di Santo
Stefano (VT), andrebbe salvaguardata come Monumento Naturale;
- Lago di Monterosi: piccolo lago vulcanico sulla Via Cassia ai piedi
del borgo di Monterosi (VT), di notevole interesse storico, paesaggistico
e ambientale;
- Lago di Giulianello: situato tra Cori e Velletri, si tratta del terzo
e più piccolo dei laghi vulcanici dei Castelli Romani; il bacino
è inserito in un paesaggio rurale ancora abbastanza integro nonostante
la vicinanza con aree degradate;
- Lago di Mezzano: splendido laghetto vulcanico presso Valentano (VT),
limitrofo alla Selva del Lamone, di grande interesse naturalistico ed
archeologico;
- Valle del Timone: tratto della Maremma Laziale nei pressi di Cellere
e Canino (VT), caratterizzato da un elevato grado di integrità
ambientale e paesaggistica e dalla presenza di cospicue emergenze archeologiche;
- Lago di Ventina: residuo carsico dell’antico Lago Velino, nel
territorio comunale di Colli sul Velino (RI);
- Piani di Rascino e di Cornino: spettacolari altopiani sui Monti del
Cicolano (RI) che ospitano i due omonimi laghi carsici; potrebbero essere
inseriti in un piano di tutela anche le due cime maggiori della catena,
cioè i monti Nuria (1888 mt) e il Nurietta (1884 mt);
- Monti Bianchi di Villa Latina: piccolo gruppo montuoso in Provincia
di Frosinone, al confine con il Molise e la Campania, caratterizzato
da interessanti fenomeni erosivi e da estese formazioni boschive;
- Valle Suppentonia: forra suggestiva presso Castel Sant’Elia
(VT), soggetta a degrado nella parte sottostante il paese.

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